Caregiver letterari

Cari Sguazzanti,

Rieccomi a proporvi alcune letture che, se pur non propriamente estive, toccano i temi della “cura” e dello “stare accanto” che nell’ultimo anno abbiamo deciso di indagare con il percorso “Il mio modo di restare” culminato con l’incontro all’auditorium del Papa Giovanni.

Sono quattro romanzi letti casualmente per essermi stati regalati recentemente in occasione di alcune ricorrenze che, per dirla tutta, avrebbero meritato magari il dono di un gioiellino. Ma tant’è … e risparmiatemi il contentino che le storie ti cibano mentre un monile non è commestibile…

Tornando ai romanzi, si tratta di narrazioni autobiografiche accomunate soprattutto dal fatto che ciascun autore racconta di come si sia trovato, suo malgrado e di punto in bianco, coinvolto nella gestione del proprio genitore anziano e malato.

In tutte le storie è presente un forte divario generazionale evidentissimo in quanto i figli scrittori sono molto più istruiti e benestanti dei genitori, vivono lontani da loro, si vedono raramente per rancori insanabili o per il bisogno di marcare, anche con la distanza, il loro essere altro e la difesa delle proprie scelte di vita.

Tutti però dovranno riorganizzarsi per affrontare il declino e la cura del genitore e tutti saranno chiamati a riguardare al passato e rivisitare la propria biografia in seno alla famiglia d’origine restaurandone un dialogo. Vi confido che queste narrazioni mi hanno colpita molto perché io stessa sto sforzandomi da tempo in questa disamina nonostante il siparietto che da sempre faccio al telefono con mio fratello quando mi chiede “Come sta tuo padre?” e io gli rispondo “Ma che dobbiamo fare con tuo padre?” sottolineando, seppure con ironia, la fatica di comprenderlo e accettarlo da parte di entrambi senza poterci (o volerci?) smarcare.

Ma veniamo ai titoli dai, senza rivelarvi troppo gli intrecci e abbozzandone solo un po’ il contesto. Chissà se sarete curiosi di leggerne qualcuno.

(Ricordo con piacere che l’anno scorso Roberto, dopo il mio pippone apologetico del romanzo “La montagna incantata” di Thomas Mann se lo è ascoltato sotto la doccia e siamo rimasti comunque in buoni rapporti).

Partiamo da “La confraternita dell’uva” di John Fante, scrittore italo americano di origini abruzzesi. La vicenda si svolge nella cittadina di Roseville in California negli anni Sessanta.

Il padre protagonista, al quale il protagonista figlio dovrà riavvicinarsi molto faticosamente quando si ammalerà, è l’insopportabile ubriacone Nick Molise, immigrato abruzzese di prima generazione, genitore tirannico e violento, orgogliosissimo muratore che da sempre umilia i figli, sottomette, tradisce e picchia la moglie mansueta. Sperpera al gioco tutti i guadagni attorniandosi di altri giocatori compaesani e ubriaconi come lui. Questa frase, che rivela la terribile percezione del figlio circa il padre “I figli erano i chiodi che lo tenevano crocifisso a mia madre” è riferita a Nick e, se andrete a trovare Mary a Monteodorisio in Abruzzo, la troverete stampigliata sulla cisterna dell’acqua che svetta sulle case del paese unitamente al ritratto di John Fante e di altri illustri abruzzesi.

Il tema cardine del romanzo è evidentemente la fatica di riaccostarsi al padre e la rinnovata repulsione senza possibilità di comprenderlo e accettarlo.

Il secondo romanzo che vi segnalo è “Patrimonio” di Philip Roth, scrittore statunitense di origini ebraiche galiziane. La vicenda si svolge a Newark in New Jersey negli anni Ottanta/Novanta. Qui abbiamo un padre assolutamente diverso da Nick Molise: Herman Roth, anch’esso un immigrato di prima generazione, è di famiglia ebraica tradizionale ed è un padre premuroso e di sani principi, stimato e preciso impiegato di una società di assicurazioni. Diversamente da Nick, Herman si impegnerà sempre per farsi accettare dalla società americana borghese della sua cittadina. Quando Herman ormai vedovo si ammalerà il figlio sceglierà di accompagnarlo standogli vicino in ogni momento del suo lungo calvario. La relazione col genitore malato è qui intrisa di delicatezza e volontà di protezione sebbene vi sia la forte distanza generazionale alla quale accennavo prima. C’è anche il tema dell’importanza della memoria e della condivisione dei ricordi.

Ne “Il fuoco che ti porti dentro” di Antonio Franchini, scrittore napoletano, siamo prima a Napoli e poi a Milano. Anche qui il genitore protagonista è una persona quasi inavvicinabile. Si tratta di Angela, la terribile e prepotente madre dal carattere impossibile che ha sempre covato frustrazioni, rabbia, voglia di emergere, gelosia, rendendo difficile la vita di figli e marito. Si crede superiore in quanto originaria del Sannio, territorio tra Abruzzo, Campania e Molise, abitato un tempo dai Sanniti, popolo che umiliò i romani alle Forche Caudine. Il protagonista figlio, attraverso l’analisi del passato di Angela dovrà capirla per riuscire a prendersene cura quando non più autosufficiente, superando il rancore e la distanza di anni. Il tema qui è la trasmissione della rabbia tra generazioni (il fuoco che consuma) che il figlio trasformerà in pena e dolore nella comprensione della vita infelice della madre.

Infine vi segnalo “Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo” di Didier Eribon, scrittore francese. La narrazione parte da Reims dove si trova la casa di riposo, ultima collocazione della madre vedova e non più autosufficiente. Il protagonista figlio ricostruisce la difficile e modesta vita della madre, di cui non viene mai svelato il nome, usandola come pretesto per svolgere un’indagine sull’intera società contemporanea dove le strutture per anziani sono una tappa quasi obbligata del fine vita e nelle quali si viene inevitabilmente sradicati ed estraniati, diventando solo corpo sofferente lontano dagli affetti. Qui non c’è rabbia ma il rammarico dello scrittore di conoscere la biografia della madre senza avere la capacità di preservarla dalla solitudine regalandole un epilogo diverso.

Ho terminato, stappate la bottiglia. Ora bisognerà che legga altro.

Mi piace scrivervi ogni tanto con la certezza che accetterete con garbo e amicizia anche i tiratozzi meno interessanti. A presto.

Angela

In questa lettera
John Fante, «La confraternita dell’uva» · Philip Roth, «Patrimonio» · Antonio Franchini, «Il fuoco che ti porti dentro» · Didier Eribon, «Vita, vecchiaia e morte di una donna del popolo»

«Letture funeste» raccoglie le lettere con cui Angela consiglia un libro agli altri volontari di Sguazzi.