14 Ott La montagna incantata
Cari Sguazzanti,
Spero ve la stiate spassando impegnati in viaggi avventurosi degni di personalità che rifuggono le classiche mete e sistemazioni turistiche.
Mi sono appena accorta di aver utilizzato il termine “personalità” domandandomene solo per una frazione di secondo il motivo.
La risposta infatti me la sono data subito: sono già in modalità “La Montagna Incantata” di Thomas Mann, dove questo termine è usato per caratterizzare uno dei personaggi principali, ed è proprio questo romanzo che mi spinge a scrivervi per suggerire un tema piuttosto funesto che avrei la curiosità di indagare con un appuntamento di approfondimento del prossimo festival.
Chi di voi vorrà affrontare la lettura della “Montagna Incantata” magari potrà condividere con me anche la suggestione del termine “personalità” a proposito di Peeperkorn (o mandarmi a …) ma non è su questo che mi voglio concentrare.
Prima consentitemi l’ennesima premessa.
Qualche mese fa mio marito (il mio bersaglio preferito) mi ha casualmente regalato una biografia di Mann, rifilatagli dal solito libraio che gli vende i libri al chilo, sapendo che non ne affronterà nessuno e che io non disdegnerò nulla.
In questo testo, tra le altre informazioni, vengono rivelate le origini biografiche dei romanzi scaturiti dal genio di Mann. In particolare, “La Montagna Incantata” venne scritto nell’arco dei 12 anni successivi ad una lunga permanenza della moglie di Mann in un sanatorio per malati di tisi presso Davos in Svizzera (c’è ancora! Oggi è un albergo di lusso, il Berghof). Mann, recandosi da Monaco in visita alla moglie ricoverata da mesi, scopre il vero motivo che la trattiene in sanatorio sebbene oggettivamente guarita da tempo: la volontà di permanere in un luogo estraniato dalle regole, abitudini, responsabilità della quotidianità, camuffata dall’alibi della malattia e della doverosa necessità di curarsi. Più genericamente si potrebbe tradurre con una rinuncia al vivere apparentemente giustificata da cause di forza maggiore.
Questa condizione mentale della moglie di Mann e di alcuni altri ospiti del sanatorio, che poi ha ispirato il romanzo, mi ha profondamente colpita in quanto è ciò che mi è capitato di provare personalmente durante un paio di brevi ricoveri che mi sono capitati anni fa. Riconoscendo di essere stata anch’io catturata e sollecitata dalla tentazione di fuga in un rifugio di inerzia, di compiacimento nello stare in una bolla senza responsabilità, ho voluto procurarmi assolutamente il romanzo “La Montagna Incantata” per capire fino a che punto tale fuga dallo spazio/tempo fosse stata indagata da Mann.
La mia curiosità è stata pienamente appagata.
Nel romanzo il giovane Castorp, il protagonista, recatosi al sanatorio di Davos per una breve visita al cugino Joachim malato di tisi, vi resta sette anni, perdendo completamente la misura del tempo e modificando integralmente le sue prospettive, convinto di essere anch’egli ammalato e di essere costretto a rimandare la partenza per doversi curare. La sua è una rinuncia alle gioie ma anche alle pene e alle fatiche “della pianura” in cambio di una vita senza scelte, consegnata al ritmo costante delle cure in alta montagna, dove il tempo si annulla frazionato in mesi ed anni invece che in minuti ed ore.
L’oggetto/trappola che nel romanzo sintetizza il concetto di inerzia e di una lunga e “forzata” tregua rispetto al vivere quotidiano è l’eccellente sedia a sdraio di cui ogni terrazzo del sanatorio è munito e alla quale tre volte al giorno gli ospiti del sanatorio tornano per respirare appieno l’aria di montagna, dopo tre dei cinque abbondantissimi e succulenti pasti giornalieri. Direi che anche un iperattivo (come Ale per esempio) se ne farebbe ammaliare …
In sintesi, il tema che mi piacerebbe trovare il modo di approfondire è proprio questo: la tentazione all’inerzia, ad una vita senza sogni da realizzare ma anche senza il peso delle azioni necessarie per concretizzarli, una vita fuori dalla storia e dagli avvenimenti degli altri uomini, una vita morta che caratterizza quasi tutti i personaggi del romanzo di Mann.
Ho pensato che il tema potrebbe essere degno di Funesto sebbene finora Funesto abbia inneggiato alla vita trascurando forse territori più bui dove azione, speranza, volontà di scelta e dominio di sé stessi si indolenziscono.
Nel romanzo ci sono anche altre situazioni interessanti e super funeste. Ne elenco brevemente alcune per incuriosirvi alla lettura:
– Gli ospiti del sanatorio non devono assolutamente assistere alle sofferenze degli ospiti malati gravemente e tantomeno alle esequie di chi non ce la fa. I morti vengono fatti sparire quando gli altri sono a tavola (i corpi sono condotti a valle con una guidovia), le camere sanificate, il ricordo cancellato dai discorsi.
– La malattia genera negli ospiti un cambio di prospettiva circa il futuro ma anche lo stesso presente in quanto li autorizza a prendere le distanze da credi, abitudini e morale, trasfigurando i comportamenti e le relazioni sociali.
– L’amore è difficile da concepire in termini di responsabilità verso l’altro e di futuro. E’ una pulsione fugace e amorale, fatta di tradimenti senza conseguenze. Lo stesso protagonista rivela il suo innamoramento a madame Chauchat (personaggio che da solo vale il libro) usando il francese, una lingua non sua, durante un veglione di carnevale a sottolineare un gioco di finzione seppur inconsapevole.
– Ricorrono tra alcuni ospiti diatribe circa la valenza da attribuire alla malattia: si tratta di un potenziamento del corpo in quanto il malato ne è continuamente rimandato, distruggendone la dignità, oppure è una condizione che santifica tanto da non riuscire a concepire malate le persone che sono particolarmente volgari?
– Gli ospiti del sanatorio assistono ogni 15 giorni alle conferenze del dottor Krokowski sull’amore, la psiche, l’ipnotismo, la telepatia, la chiaroveggenza, il rapporto tra lo spirito e la materia, facendosi sempre più nebulose man mano che nello stesso dottore si fa strada l’idea che la conoscenza raggiunga delle verità solo attraverso la perdita della salute.
Insomma dai, le situazioni sono molteplici e i personaggi incredibili e numerosi e quindi, per non stancarvi troppo, chiudo con una frase del romanzo che sintetizza l’ambito di indagine che mi ha spinto a scrivervi: “Là non c’era né un “discolpati!”, né una responsabilità, non c’era un sacro tribunale di guerra contro uno che fosse dimentico dell’onore e scomparisse dal mondo. Lì regnava l’oblio, la beata quiete, l’innocenza fuori dal tempo: era la trascuratezza in piena coscienza, l’ideale apoteosi di ogni negazione della comandata attività …”
Angela
In questa lettera
Thomas Mann, «La montagna incantata»
«Letture funeste» raccoglie le lettere con cui Angela consiglia un libro agli altri volontari di Sguazzi.